«Ho scelto la vita: questa la mia testimonianza»

I ricordi della senatrice Liliana Segre tratti dal suo ultimo discorso pubblico a Rondine, nell’Aretino: per non dimenticare il dramma della Shoah

«Non ho mai perdonato certe cose. Ad Auschwitz ero solo il numero 75190». Lo dice ancora con dolore Liliana Segre, senatrice a vita, nella sua ultima testimonianza pubblica, lo scorso ottobre alla Cittadella della pace di Rondine, vicino Arezzo, dove ha raccontato tutto l’orrore che ha dovuto affrontare in campo di concentramento. Cogliendo l’occasione per sollecitare tutti a non essere indifferenti.

«Il campo di sterminio funzionava alla perfezione, da anni, non c’era il minimo errore», ha rammentato. «Cominciammo a capire che dovevamo cominciare a dimenticare il nostro nome, che nella tradizione ebraica ha un significato. Mi venne tatuato un numero sul braccio che dopo tanti anni si legge ancora bene, 75190. E dovemmo subito impararlo in tedesco…». Abbiamo pensato a lei, a Liliana Segre, dato che quest’anno, a causa della pandemia, non si potrà svolgere il viaggio della memoria che da alcuni anni portava un gruppo di soci attivi e dipendenti di Coop Reno a toccare con mano le memorie delle atrocità naziste nei campi di sterminio. E allora, oggi in occasione del giorno della Memoria in ricordo delle vittime dell’Olocausto – celebrato come ogni anno il 27 gennaio – abbiamo pensato che la testimonianza di Liliana Segre potesse essere utile a non dimenticare.

Ecco alcuni estratti del suo racconto di quando, allora bambina e poi ragazzina, fu costretta dalla malvagità umana a crescere troppo in fretta.

«Con le leggi razziali divenni invisibile»

Ricorda così, Liliana, le leggi razziali: «Un giorno di settembre del 1938 sono diventata l’altra. So che quando le mie amiche parlano di me aggiungono sempre “la mia amica ebrea”. E quel giorno a 8 anni non sono più potuta andare a scuola. Ero a tavola con mio papà, e i nonni e mi dissero che ero stata espulsa. Chiesi perché. Ricordo gli sguardi dei miei: mi risposero perché siamo ebrei, ci sono delle nuove leggi e gli ebrei non possono fare più una serie di cose. Se qualcuno legge a fondo le leggi razziali fasciste, una delle cose più crudeli è stato far sentire invisibili i bambini. Molti miei compagni non si accorsero che il mio banco era vuoto».

«Certe cose non sono riuscita a perdonarle»

«Non ho mai perdonato, come non ho dimentica- to. Certe cose non sono mai riuscita a perdonar- le». «A 13 anni – continua – ero una ragazzina e mi dettero qualche anno in più, così fui scelta con altre 30 ragazze italiane ebree. Tutte le altre andarono alle camere a gas e così successe con gli uomini. Scesi dal treno, vidi mio padre, lo salutai e non lo vidi mai più». Poi le sue paure: «La paura di morire per un passo falso o un’occhiata ti fa diventare quello che i tuoi aguzzini vogliono che tu sia: disumana, egoista. Dopo il distacco da mio padre, il terrore di diventa- re amico di qualcuno e poi perderlo mi faceva preferire la solitudine, io avevo paura di perdere ancora qualcosa».

«Sono viva per caso. Perché tutte sceglievano la vita»

«Quando si toglie l’umanità alle persone bisogna astrarsi e togliersi da lì col pensiero se si vuole vivere. Scegliere sempre la vita. Io sono viva per caso. Perché tutte sceglievano la vita. Poche si sono suicidate anche se era facilissimo farlo». La senatrice ha parlato di quando vide per terra una pistola e pensò di raccoglierla. «Ma non lo feci. Capii che io non ero come il mio assassino. Da allora sono diventata la donna libera e di pace con cui ho convissuto fino adesso». Quindi un passaggio anche sul tema dei clandestini: «Sono stata clandestina e so cosa vuol dire esse- re respinti. Si può essere respinti in tanti modi».

«Janine, la mia amica, non passò le visite e la mandarono al gas»

Fuori dalla tensostruttura della Cittadella della Pace c’era il disegno di un cancello a rievocare la porta attraversata dalla ragazzina di allora: la prima pietra di un’arena dedicata a Janine, l’amica del lager. «Non passò le visite, la mandarono al gas: non ebbi il coraggio di guardarla, di salutarla, non me lo sono mai perdonata».

E davanti ai ragazzi venuti ad ascoltarla, Liliana passa a descriverla, perché possano “sentirla” sotto pelle esattamente come l’orrore penetrante del campo. «Biondina, occhi azzurri, francese». È come se Janine si fosse materializzata, in quell’istante, sotto il tendone. Da Liliana un ultimo, definitivo appello: «Scegliete sempre la vita».

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