Appena torno… Diario di una normalità perduta

Cosa ci ha insegnato l’emergenza Coronavirus.

Alla ricerca delle parole-chiave per ripartire, una per ciascuno di noi. Per fa sì che il ritorno alla normalità sia arricchente e ci apra migliori prospettive di vita. Per me questa parola è “unità”. Nei messaggi audio raccolti su Internet durante la quarantena, quello che avremmo fatto o non fatto una volta usciti dalla crisi.

In questi mesi di quarantena sarà capitato a tutti di navigare un po’ di più su Internet e scoprire progetti inaspettati. Ne voglio citare uno che si chiama “Appena torno”, è un progetto nato dal bisogno di trovare un ponte tra il presente e il futuro, un futuro che, mai come quest’anno, ha tanta voglia di riattaccarsi al passato, diventato sinonimo di normalità.
“Appena torno” è un progetto di Andrea Cardoni all’interno della piattaforma Storielibere.fm, ed è sostanzialmente un archivio anticipato di autobiografie creato dalle persone che hanno inviato un proprio messaggio audio raccontando “cose che avrebbero fatto e che non avrebbero fatto tornati dalla quarantena”.
«Appena torno voglio starmene beatamente in fila in tangenziale, appena torno voglio camminare a piedi nudi sulla sabbia, appena torno è inutile che penso a cosa farò perché tanto… pioverà sempre!»
Tra l’ironia e la dolcezza degli audio che tutti possono ascoltare, ci sono gli spaccati delle sensazioni provate dalla gente. Ascoltarle oggi, che siamo già un po’ fuori da quel periodo magari sembra un esercizio inutile. In realtà, di sicuro quello che ci è capitato ha rimesso in fila molte delle nostre priorità; le restrizioni per chi non ha vissuto il tempo della guerra, erano una situazione mai sopportata prima, la libertà di scegliere cosa fare e quando farlo sembrava una conquista inaspettata.

Lo “scritto a voce”

Quel progetto, così come Storielibere.fm che ne fa da cornice, è un mix di narrazione e d’intrattenimento che si propone di ridare centralità alla parola. Lo “scritto a voce”, come si legge nella mission. “Lo scritto a voce per noi significa: vissuto, raccontato, trasmesso, con la qualità della buona scrittura e la capacità immaginifica di coinvolgimento della voce e dei suoni. Le nostre ‘storie libere’ possono essere ascoltate in qualsiasi momento: alla guida, durante un allenamento, durante un lavoro manuale, mentre si viaggia”.

In realtà gli audio da una semplice modalità diversa di comunicare si sono trasformati, per molti, in un elemento di compagnia e qualcosa di più, la cartina di tornasole del nuovo tipo di approccio ad alcuni strumenti informatici, così come le videoconferenze, la scuola su piattaforme a distanza o i webinar diventati familiari da sconosciuti che erano nel periodo pre-Covid.

Le parole scritte o ascoltate sono diventate un punto di riferimento del nostro tempo: ognuno di noi ne ha scoperte o approfondite di nuove, parole-chiave come “Dpcm” o “congiunti”, “zona rossa” o “quarantena”, mentre a farla da padrona – stando alle analisi dei dati – sono state espressioni più ottimistiche come “canti sul balcone” o “eroi delle terapie intensive”: e non poteva mancare in questo elenco la parola “mascherina”.

Ricordo di Silvano

Dalle parole nascono le domande, le più impellenti delle quali sono : “Cosa ne sarà del nostro futuro? Cosa ci ricorderemo di questa esperienza?” Anzitutto va detto che non potremo mai dimenticare che molte persone non ci sono più e non avranno perciò più la possibilità di dire “appena torno”. Dietro i numeri che i media aggiornavano quotidianamente ci sono nomi, volti, storie e legami spezzati per sempre. Oltre 32mila i morti (nel momento in cui scriviamo) e non è ahimè un dato definitivo.

Di questi nomi, senza voler far torto a nessuno, ne cito uno, Silvano Gardenghi, dipendente della cooperativa “La Popolare” e successivamente di Coop Reno: lavorava a Medicina, nel supermercato del centro commerciale Medicì. La sua è una storia come le altre, nel senso che non merita di annegare tra aride statistiche. Ciascuna storia era intrecciata a molte altre, alle vite di parenti e amici che rimarrano per sempre unite nel ricordo di chi non c’è più. Uno di questi ricordi ce lo ha inviato l’ex vicepresidente di Coop Reno, Giordano Gardenghi.

“Silvano era persona dolce, buona, generosa e allegra – scrive Gardenghi ‑, doti che gli permettevano di svolgere al meglio la sua attività dietro al banco di macelleria. Il suo buon umore lo rendeva simpatico ai clienti oltre che agli amici e ai compagni di lavoro. Se ne è andato in modo discreto, stroncato da un attacco cardiaco, quando sembrava che fosse ad un passo dalla guarigione da questa maledetta pandemia che ha colpito il mondo e molto duramente la nostra comunità”.

Inaugurazione in lockdown

Se vogliamo che questa emergenza ci insegni davvero qualcosa, dobbiamo fare in modo che le promesse che ci siamo fatti in “Appena torno farò…”, si trasformino in “da quando sono tornato ho fatto…”, accompagnando al racconto le parole che ci sono mancate. Come “parlare di cose belle, com’è una inaugurazione”.

Lo scorso 7 marzo è toccato a un nostro supermercato, inaugurato nella provincia di Modena, precisamente a Camposanto. Non abbiamo neanche potuto parlarne, in quei giorni, perché ci sembrava fuori luogo farlo in mezzo a tanti problemi e drammi, in piena fase emergenziale. Eppure era e rimane un momento di soddisfazione, soprattutto per coloro che ci lavorano stabilmente.

L’unione di intenti

Il nostro piano di sviluppo si è preso una pausa per qualche settimana, ma questa emergenza non ha fatto che confermare – se ci fossero stati dubbi – l’importanza di avere una cooperativa più grande e solida per affrontare le sfide del futuro. Sarà un futuro complicato, sicuramente, ma abbiamo avuto una ulteriore conferma che la squadra di Coop Reno è pronta per affrontare ogni sfida. Le ragazze e i ragazzi, gli uomini e le donne hanno lavorato, in questi mesi, con la stessa preoccupazione della clientela per se stessi e per i propri cari, ma si sono messi al servizio della comunità.

Ciascuno di noi associerà una sua parola al concetto di “Appena torno”, perché tornare ci dà l’idea che non abbiamo mai interrotto un filo che unisce. Ecco, la parola principale che io mi porto dietro io da questa esperienza è “unione”. È grazie all’unione di intenti che abbiamo resistito, grazie all’unione dei gruppi dei negozi e della sede che – nonostante qualche caduta cammin facendo, soprattutto mentale –, siamo stati sempre in grado di rialzarci.

Quanto è bella la parola”‘unione”, deriva da unus, essere uno. Significa divenire un unico corpo, condividendo le esistende dei singoli e nutrendo attraverso l’altro la nostra stessa esistenza. È una parola che racchiude la sacralità dell’essere umano, del vivere ogni giorno con l’idea di rendersi inseparabili gli uni dagli altri e di sapersi proteggere e assistere al bisogno. Se ci pensiamo “unione” è la prima parola associata al concetto di amarsi, rende l’amore un oggetto terzo, lo dichiara: è la base su cui poggiamo il nostro desiderio di essere famiglia.

Essere una cosa con l’altro

Bella è quindi la scelta di quei popoli che sono divenuti una nazione più grande grazie al contributo di ogni singola cultura, esperienza, fortuna, condividendo anche i traumi. Passando a parlare di musica, la fortuna di essere, come sono io, un interprete è anche questa. Non eseguiamo semplicemente un autore di un paese o di un altro. Lo diventiamo!

Per poter interpretare bisogna accantonare ogni egoismo e barriera, bisogna mettere al servizio se stesso e la propria origine fino a trasformarsi in qualche modo nell’altro. Io, in una sera, quando dirigo o suono, ho la fortuna di poter essere tedesco, inglese, austriaco, ceco o polacco pur restando con orgoglio italiano. Partecipare a un’unione diventa così una forma di liberazione, è l’opportunità di trascendere se stessi e incontrare l’altro. Cioè essere uniti.

La stessa Unione europea – per fare un parallelo – non può essere soltanto un’istituzione. «È la definizione di un sentire. È la dichiarazione di un sentimento. L’Unione europea siamo tutti noi. Ogni giorno». Sono le parole pronunciate dal maestro Ezio Bosso – recentemente scomparso – ai cittadini europei il 7 novembre del 2018, a cui affido il finale di questo mio articolo. Perché sono allo stesso tempo un tributo a uno dei più grandi artisti del nostro tempo. La sua vita è stata un esempio di come “appena torno… non mi perdo neanche una goccia di vita…”.

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